lunedì 6 luglio 2009

Gaetano Dragotto e la faida interna alla magistratura

E' di questi giorni la vicenda del Procuratore Generale della Corte di Appello di Ancona, Gaetano Dragotto, e del suo blog nato per commentare casi eclatanti di malagiustizia, e fatto oscurare perchè ritenuto inopportuno. La vicenda del Procuratore sembra muoversi su due linee direttrici.
Da un lato si assiste, già dallo scorso febbraio, all'apertura di un fascicolo da parte della Prima Commissione di Palazzo dei marescialli, che aveva convocato lo stesso Dragotto per avere spiegazioni del suo blog, insieme ad altri magistrati del distretto di Ancona. Il Plenum del Csm aveva comunque all'epoca archiviato la vicenda (opponendosi alla richiesta di non riconfermare Dragotto) “non essendovi provvedimenti di propria competenza da adottare», ma nello stesso tempo aveva disposto la trasmissione degli atti ad Alfano e al pg della Suprema Corte, Vitaliano Esposito. E a Dragotto non aveva risparmiato critiche, parlando di una sua «caduta di stile».
Di questi giorni invece la decisione del Csm che mercoledì 1 luglio non ha confermato Gaetano Dragotto nel suo incarico di Procuratore generale delle Marche, proprio per la vicenda del suo diario on-line, teminera.blogspot.com.

Ma per Dragotto “il blog è solo un pretesto, che nasconde giochi di potere tutti interni alla magistratura. Erano in ballo poltrone molto ambite. Soprattutto quella di avvocato generale della Repubblica, il numero due della Procura generale di Roma”, un posto per il quale Dragotto aveva presentato domanda. Come a dire...una condanna a morte rimandata di qualche mese!

Il secondo filone vede invece il procuratore generale Dragotto impegnato nella fase due dell'inchiesta Ccs, sulla compravendita dell'area portuale di Ancona, acquistata nel 2001 dalla società Anconambiente per 5,1 miliardi di vecchie lire, che ha visto indagati i due ex sindaci dorici Galeazzi e Sturani (area Pd) accusati di aver favorito l'imprenditore portuale Alberto Rossi. Nelle venti pagine di richiesta di rinvio a giudizio inviata al Gup, il Pg Gaetano Dragotto e il sostituto Filippo Gebbia accusano i due ex sindaci di concussione per aver indotto l’allora presidente di Anconambiente Umberto Montanari ad acquistare per 5,1 miliardi di lire l’area ex Ccs, procurando un vantaggio enorme a Rossi, che l’aveva rilevata dalla Carboni e derivati per circa 3 miliardi, e un grave danno alla Spa dei rifiuti.
Dragotto dice: “Questa vicenda non ha assolutamente niente a che vedere con la richiesta di processo per Sturani e Galeazzi, la procedura è iniziata diverso tempo fa, quando ancora non c’era stata l’avocazione del caso Ccs. Non c’entra la politica, sono stati i colleghi magistrati a bocciarmi per il blog”. Dragotto fa inoltre sapere che se saranno confermate le indiscrezione secondo cui questa decisione è legata alla vicenda del blog, rassegnerà le dimissioni dalla magistratura.
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Corriere Adriatico 1 luglio 2009
Caso Ccs, il Pg Dragotto chiede un processo per concussione
“A giudizio Sturani e Galeazzi”
Ancona - Il procuratore generale Dragotto ha chiesto al gup il rinvio a giudizio per concussione dell’ex sindaco del Pd Fabio Sturani e del suo predecessore Renato Galeazzi, nell’inchiesta sulla compravendita dell’area portuale ex Ccs, acquistata nel 2001 dalla società Anconambiente per 5,1 miliardi di vecchie lire. Sono accusati di aver favorito l’imprenditore portuale Alberto Rossi.

La parola al Gup che deve fissare la data dell’udienza
Ancona - Si biforca l’inchiesta-bis sulla Ccs. La procura generale ha inviato all’ufficio del Gip la richiesta di archiviazione del reato di corruzione per Sturani, Galeazzi, Rossi e Onofri, e l’ha notificata ai diretti interessati e alle presunte parti offese come Anconambiente. Qualcuno potrebbe voler rinunciare alla prescrizione e affrontare il processo. Il giudizio lo rischiano tutti per malversazione, mentre il funzionario regionale Strali è accusato di abuso d’ufficio. Sturani e Galeazzi devono anche rispondere di concussione. Ora il Gup deve fissare la data dell’udienza preliminare - che finirà in agenda presumibilmente per il prossimo autunno - dove si deciderà se gli imputati meritano il processo. A parere del procuratore generale Dragotto e del suo vice Gebbia, a proposito degli ex sindaci vale l’impostazione dell’avviso di chiusura delle indagini. Galeazzi e Sturani avrebbero “abusato dei loro poteri di pubblici ufficiali per il fatto che Anconambiente fosse dapprima azienda speciale e poi Spa quasi integralmente partecipata dallo stesso Comune”, in cambio di “denaro e altre utilità promesse” che avrebbero utilizzato “anche per rafforzare i loro poteri politici in occasione delle elezioni comunali del 2001 nelle quali Sturani era candidato a sindaco e si presentava come continuatore dell’azione politica di Galeazzi”.

Per il Pg dall’imprenditore hanno ricevuto in cambio contributi elettorali e un vantaggio per l’asse politico
Sturani e Galeazzi, chiesto il processo
Ex Ccs, la procura generale accusa di concussione gli ex sindaci per aver favorito Alberto Rossi
Ancona - Uno scambio di favori. All’imprenditore del porto Alberto Rossi un super affare sullo spiazzo di 18 mila metri quadrati, agli ex sindaci Fabio Sturani e Renato Galeazzi contributi elettorali e cemento per il potere politico. Un patto illecito per la procura generale, che chiede un processo sull’affaire che ha scosso Palazzo del popolo provocando una crisi politica e le elezioni anticipate.
Ex sindaci nel mirino
Sturani e Galeazzi sono gli indagati eccellenti della fase due dell’inchiesta. Nelle venti pagine di richiesta di rinvio a giudizio inviata al Gup, il Pg Gaetano Dragotto e il sostituto Filippo Gebbia li accusano di concussione per aver indotto l’allora presidente di Anconambiente Umberto Montanari ad acquistare per 5,1 miliardi di lire l’area ex Ccs, procurando un vantaggio enorme - sostengono i magistrati - a Rossi, che l’aveva rilevata dalla Carboni e derivati per circa 3 miliardi, e un grave danno alla Spa dei rifiuti. Anconambiente già utilizzava con un contratto di locazione la superficie che la programmazione urbanistica destinava a parcheggio, finalità ben diversa dallo stoccaggio dell’immondizia. Per la procura generale gli amministratori hanno chiuso gli occhi davanti al bidone tirato ad Anconambiente per favorire Rossi, con un tornaconto economico e politico.
Lo scambio di favori
La contropartita per Sturani era l’assunzione nella società Servizi assicurativi di Alberto Rossi, e i contributi elettorali per 33.500 euro da società facenti capo all’ad di Frittelli Marittime. Il gruppo di imprese avrebbe supportato allo stesso modo pure la campagna di Galeazzi alle elezioni che lo avrebbero portato in parlamento nel 2001. Nella tesi della procura, i sostegni economici hanno rafforzato l’asse politico-affaristico tra da Galeazzi e l’ex delfino Sturani, connubio immortalato dai flash sulla festa per la prima vittoria di Sturani e sull’abbraccio per il bis concesso nel 2006.
L’accusa di malversazione
Insieme Sturani e Galeazzi anche nel sospetto di malversazione, perché l’acquisizione dell’area - che avrebbero determinato abusando dei poteri di pubblici ufficiali - ha caricato sulle spalle di Anconambiente anche il debito di 118 mila euro, contributo concesso dalla Regione alla Ccs per opere mai realizzate. Stesso reato ipotizzato anche per Alberto Rossi, ex proprietario dell’area, Loris Onofri, altro amministratore Ccs, e per l’ex numero uno di Anconambiente Umberto Montanari. Il funzionario della Regione Umberto Strali è accusato di abuso d’ufficio per non aver vigilato sulla pratica. Montanari, convinto di poter dimostrare che non sapeva dei finanziamenti, ha rinunciato alla prescrizione che maturerà a settembre. Tempo già scaduto per la corruzione. Il Pg ha chiesto al Gip l’archiviazione per Sturani, Galeazzi, Rossi e Onofri.

Corriere Adriatico 3 luglio 2009
La “prostata salvifica” censurata da Temi Nera
Ancona - Nei 43 articoli scritti tra il dicembre 2007 e l’aprile 2008 con il nickname Temi (giustizia) Nera, Dragotto aveva riportato nel blog stralci di sentenze penali, segnalando macroscopici errori di diritto, accompagnati da commenti ironici. Memorabile quello intitolato “Prostata salvifica”, in cui racconta l’assoluzione di un esibizionista che si era sbottonato i pantaloni davanti a una bimba. S'era difeso dicendo che soffriva di prostata e aveva urgente necessità di far pipì. Il giudice lo aveva assolto con questa motivazione: “L'uomo, pur trovandosi in una delle più trafficate vie della città, a causa di una patologia alla prostata documentata dalla cartella clinica, non sarebbe riuscito a trattenersi dalla necessità di urinare”. “Del tutto inutile per il giudice - chiosa Dragotto - verificare perché poi l'imputato non abbia urinato, ma sia riuscito a scappare dal padre della bambina e perché, visto il bisogno impellente non si sia rivolto verso il muro”. “Lo scopo del mio blog - ha sempre spiegato il Pg - non era quello di dileggiare, ma di suscitare un dibattito nella magistratura ed evitare altri casi di sciatteria. Senza mai fare nomi”.

Le “toghe rosa” potrebbero non avergli perdonato un titolo salace sull’articolo 69
“Delegittimato per una faida nella magistratura”
Ancona - Per Dragotto il blog è solo un pretesto, che nasconde giochi di potere tutti interni alla magistratura. “Fatti estranei alle Marche, ne sono sicuro”. Erano in ballo poltrone molto ambite. Soprattutto quella di avvocato generale della Repubblica, il numero due della Procura generale di Roma, un posto per il quale Dragotto aveva presentato domanda, oltre a concorrere per presidente del tribunale di Grosseto, la città in cui vive quando non lavora. Aveva chance di farcela anche a Roma, avendo già collezionato vent’anni di incarichi direttivi. Il Pg delle Marche, a chi gli chiede se pensa a una faida interna alla magistratura, risponde “assolutamente sì”. Le prime indiscrezioni che gli sono arrivate vie email, dicono che un peso determinante l’ha avuto la vicenda del blog, “come l’aveva avuto - gli ha scritto un consigliere - nelle precedenti valutazioni delle tue domande”. Ecco l’ipotesi di uno sgambetto. “Basta vedere come si è distribuito il voto del Csm - fa notare -. Non c’entra la politica: tra i favorevoli alla mia conferma ci sono sei togati e tre laici, Siniscalchi del Pd e due del centrodestra, Anedda e Saponara, che di solito votano contro i magistrati di Magistratura Democratica di cui io sono fondatore. Sono stato bocciato soprattutto dai togati e il voto è trasversale alle correnti. Ho avuto contro Magistratura indipendente, di destra, mentre Unicost si è divisa. La chiave di lettura potrebbe essere un tentativo di delegittimarmi anche per altri incarichi”. La mancata conferma in un ufficio direttivo infatti comporta il veto a concorrere per cinque anni ad altri ruoli apicali e il bocciato potrebbe fare solo il sostituto procuratore, giudice, o consigliere di Corte d’appello. Dragotto avverte pure una “venatura femminista” in questo voto del Csm. Le consigliere donne potrebbero non avergli perdonato quel titolo salace sul blog (“Alle ragazze non piace l’articolo 69”) con cui il Pg ironizzava sulla prassi di giovani giudici che a suo parere non applicavano bene l’articolo 69 del codice penale, sul contemperamento tra aggravanti e attenuanti. “Mi ha colpito l’astensione della Maccora, che pure io avevo votato per il Csm. Mi aveva già detto che non le era piaciuta quella nota sul 69”.

“Questa vicenda non ha niente a che vedere con la richiesta di processo per Sturani e Galeazzi”
Il Csm boccia il procuratore-blogger

Il Pg Dragotto non confermato dal Csm per il suo diario on line. “Mi dimetto e riapro il sito”
Ancona - Il procuratore-blogger se ne va. Bocciato dal Csm, deposto dal suo incarico di Pg a quanto pare proprio per il passatempo di commentare sul suo diario on-line - teminera.it - le sentenze più strampalate che gli capitava di leggere. Il procuratore generale della Corte d’appello di Ancona Gaetano Dragotto non è stato confermato nel suo ruolo direttivo dal Consiglio superiore della magistratura, che con 12 voti a favore alla relazione del consigliere Cosimo Ferri, nove contrari e cinque astenuti lo ha esautorato. Contro Dragotto si sono espressi anche il Procuratore generale di Cassazione Esposito ed il primo presidente di Cassazione Carbone. Cinque gli astenuti, tra cui il vicepresidente Nicola Mancino, com’è sua prassi. Il Pg annuncia che si dimetterà subito e reagisce parlando apertamente di una faida interna alla magistratura.
La verifica archiviata
Il blog era costato a Dragotto - 71 anni, Pg delle Marche dal dicembre 2003 - i primi grattacapi già l’inverno scorso. La prima commissione del Csm aveva aperto una pratica dopo le proteste di un giudice donna per certi giudizi salaci espressi nel blog in cui il Pg, senza indicare luoghi né nomi, commentava casi di malagiustizia. Il plenum del Csm a febbraio aveva archiviato il caso escludendo problemi di incompatibilità ambientale, anche se aveva rimproverato al magistrato “una caduta di stile”. S’era preso atto del clima di serenità sancito il 17 dicembre dal voto del Consiglio giudiziario di Ancona che aveva espresso un parere pienamente favorevole alla riconferma di Dragotto “magistrato di elevatissime qualità umane e professionali provvisto di cultura, estesa a svariati settori del sapere, e di preparazione giuridica eccezionale in ogni ramo del diritto”, scrivevano gli otto componenti del consiglio, riconoscendogli “esemplare equilibrio, ineccepibile rigore morale e professionale, non comuni conoscenze informatiche e dotiorganizzative esemplari”. Ma adesso la situazione si ribalta, in occasione della verifica prevista dalla legge ogni quattro anni per i dirigenti degli uffici giudiziari, sottoposti all’esame del Csm per la conferma dell’incarico.
Subito in pensione
Ieri Dragotto, all’indomani della sua bocciatura, ha subito convocato una conferenza stampa al quarto piano del palazzo di giustizia. “Le motivazioni di questa bocciatura saranno rese note non prima di un mese, ma posso anticipare che se saranno confermate le indiscrezione secondo cui questa decisione è legata alla vicenda del blog, rassegnerò le dimissioni dalla magistratura. Il ruolo di procuratore generale richiede la massima legittimazione e io ovviamente non posso restare su questa poltrona da delegittimato. Anzi darò subito le dimissioni, poi nel caso potrò ritirarle e valutare”.
Non c’entra il caso Ccs
La concomitanza del voto del Csm con la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla procura generale per l’inchiesta Ccs spinge il magistrato a una precisazione: “Questa vicenda non ha assolutamente niente a che vedere con la richiesta di processo per Sturani e Galeazzi, la procedura è iniziata diverso tempo fa, quando ancora non c’era stata l’avocazione del caso Ccs. Non c’entra la politica, sono stati i colleghi magistrati a bocciarmi per il blog”.
Il sì del Consiglio giudiziario
La decisione del Csm, ha voluto sottolineare il Pg, “va in assoluto contrasto con quella del Consiglio giudiziario del distretto, organo di autogoverno locale della magistratura, che si era espresso in modo unanime per la mia conferma. Chi mi ha bocciato non mi conosce affatto. Il blog? Se il capo di un ufficio giudiziario non può neanche in forma anonima esprimere critiche su sentenze sbagliate, ebbene io non voglio fare il capo dell’ufficio. Se la libertà di espressione è negata meglio dimettersi. Non sono l’uomo giusto per fare il Pg, se il Csm ritiene che il dirigente di un ufficio con compiti di sorveglianza non possa parlare, criticare, dare giudizi negativi”.
Le valutazioni sui colleghi
Oltre al blog, Dragotto sospetta che possa aver aver pagato alcuni suoi giudizi sui colleghi. “Se mi contestano valutazioni negative nel consiglio giudiziario nei confronti di colleghi, i quali è capitato che abbiano fatto ricorso, allora che ci sto a fare a dirigere la Procura generale? E’ probabile che il Csm abbia ritenuto che io sia stato particolarmente severo, che abbia evidenziato negatività di magistrati del nostro distretto. Forse avrei dovuto tacere? Sono qui da sei anni, ho dato pareri negativi credo in tre casi”.
Riapre Teminera
E ora? “Se fossi attaccato alla poltrona farei ricorso al Tar per chiedere la sospensiva e al 99% la otterrei. Potrei starmene qui tranquillo fino al 2011, quando comunque decadrei per la rotazione degli incarichi apicali. Ma sarei legittimato, un’anatra zoppa. Tra tre anni dovrei ritirarmi in pensione, ne approfitterò per andarci prima. Mi dimetto subito, entro pochissimi giorni. Cosa farò? Anzitutto riaprirò subito il blog, magari commentando anche certe decisioni del Csm...”

Corriere Adriatico 4 luglio
Dragotto, l’ora del silenzio
Il blog dell’alto magistrato per ora è in sonno, le toghe tacciono

Ancona - Il blog dell’alto magistrato per ora è in sonno. L’ultimo articolo è del 2 aprile 2008 e s’intitola “il monotribunale”, racconta di una causa per la declaratoria di nullità di un matrimonio civile in cui il giudice si nomina presidente, sente i testimoni e decide da solo la sentenza, senza che in lui sorgesse alcun dubbio sul fatto “che la causa, per sua natura, dovesse essere decisa da un collegio”. Ma Temi Nera, nickname scelto dal procuratore generale Gaetano Dragotto per commentare casi eclatanti di malagiustizia, potrebbe tornare in azione. Il giudice-blogger ha deciso di appendere la toga al chiodo e di andarsene in pensione, dopo che il Csm non l’ha confermato nel ruolo di Pg delle Marche, proprio per la vicenda del suo diario on-line, teminera.blogspot.com, che ieri era ancora in sonno e registrava circa 2.500 visite. Non farà ricorso per ottenere la sospensiva dal Tar (“non voglio restare inchiodato alla poltrona come un’anatra zoppa”), rassegnerà le sue dimissioni dalla magistratura in cui era entrato nel ’63. Prima però aspetterà le motivazioni della bocciatura del Csm, attese per dopo l’estate. “Ma se è confermato che c’entra il blog - assicura - confermo che andrò in pensione”.
Ieri al palazzo di giustizia di Ancona, dove Dragotto è arrivato nel dicembre del 2003, non si parlava d’altro. Ma i colleghi preferiscono per ora non prendere posizioni in pubblico, anche per rispetto di una decisione del Consiglio superiore della magistratura di cui ancora non si conoscono le motivazioni. La procura della Repubblica di Ancona, retta dal dottor Vincenzo Luzi, sceglie la linea dei silenzio. Tace anche l’Anm Marche, la sezione regionale del sindacato dei magistrati. “Ci siamo sentiti informalmente con gli altri della giunta - diceva ieri il presidente Daniele Paci - per ora si è deciso di non fare dichiarazioni”.
Resta agli atti di questa vicenda il parere con cui gli otto magistrati del distretto che compongono il Consiglio giudiziario delle Marche (Alberto Taglienti, Filippo Gebbia, Giuseppe Luigi Fanuli, Gianmichele Marcelli, Alessandra Panichi, Andrea Laurino, Giovanna Lebboroni e Maurizio Paganelli) avevano chiesto all’unanimità la conferma del Pg Dragotto. “La notevole levatura del dottor Dragotto e i lusinghieri risultati raggiunti nel primo quadriennio lo fanno ritenere del tutto idoneo alla conferma dell’incarico direttivo ricoperto”, si legge nel parere espresso il 18 dicembre. Pareva sopire del tutto, quel gradimento dei colleghi, le polemiche sollevate dal blog di Dragotto, che qualche malumore tra i colleghi l’aveva senz’altro suscitato. “Si tratta di un blog anonimo di cui conoscevano l’indirizzo pochi colleghi - aveva spiegato Dragotto a febbraio, dopo che il Csm aveva escluso problemi di incompatibilità ambientale - Lo scopo era quello di richiedere più attenzione sorridendo, dicendo ’cerchiamo di non combinarle troppo grosse’, senza la pesantezza di richiami formali. E il mio obiettivo l’ho raggiunto, per questo ora il mio blog tace”.
Se i colleghi per ora tacciono, in difesa di Dragotto si schierano gli avvocati. Il presidente del Consiglio dell’ordine di Ancona, Maurizio Barbieri, è molto dispiaciuto della bocciatura del Pg e delle sue dimissioni. “La decisione del Csm, se davvero è fondata solo sul blog, mi pare francamente abnorme. Magari può esserci stato un problema di opportunità, ma il Pg si è sempre dimostrato corretto e disponibile, come categoria non abbiamo nulla da contestargli. La scelta di dare le dimissioni? Dragotto è uomo delle decisioni, ma certo la scelta di lasciare la magistratura dopo 46 anni mi pare grave”.

La relazione al Csm contro Dragotto
“La vicenda del blog aveva creato tensioni”

Ancona - La vicenda del blog aveva “creato all'interno del distretto un clima di tensione e irritazione in un numero indefinito di colleghi, tanto che sull'argomento fu indetta un'apposita assemblea della sezione locale dell'Anm e solo dopo di essa, fu interrotto l'inserimento dei documenti nel blog», dove peraltro, sono tuttora accessibili e visionabili i documenti precedenti. E’ uno dei passaggi della relazione del consigliere Ferri approvata a maggioranza dal Csm, che mercoledì non ha confermato Gaetano Dragotto nel suo incarico di Procuratore generale delle Marche. La relazione fa riferimento anche ad esposti fatti da magistrati del distretto, ma il peso decisivo l’avrebbe avuto proprio il diario on-line tenuto dal magistrato con il nome di Teti Nera per ironizzare su sentenze di colleghi incappati in svarioni a volte clamorosi. Anche se nel blog non c’erano riferimenti né all'autore né agli uffici giudiziari né ai giudici che firmavano le sentenze ne era nato un caso, E sebbene la I Commissione a febbraio vesse archiviato la pratica, nella proposta contraria alla conferma di Dragotto si sottolinea come sia da valutare ai fini dell’idoneità a mantenere l’incarico “la gestione dell'ufficio” e non solo la «competenza tecnica» o “l'autorevolezza culturale e l'indipendenza ad impropri condizionamenti”. E al di là delle intenzioni (“Volevo solo richiamare in modo ironico i colleghi a una maggiore attenzione”) il Pg secondo il consigliere Ferri avrebbe avrebbe generato un “clima di tensione proteste e diffidenza da parte di molti magistrati, che appare incompatibile con la prosecuzione del suo incarico».
Ieri in difesa del Pg Dragotto è intervenuto Salvatore Tornambene, vicesegretario onorario dell’Usp (Unione Sindacale di Polizia), secondo cui il blog “è solo un pretesto per nascondere giochi di potere interni alla magistratura”.

L'Unità 18 febbraio
Il blog del Pg fa infuriare Alfano
Finisce all'attenzione del ministro della Giustizia e del procuratore generale della Cassazione, cioè dei due titolari dell'azione disciplinare nei confronti dei magistrati, il caso del procuratore generale di Ancona Gaetano Dragotto, che aveva messo su un blog informatico sul quale ironizzava su macroscopici errori di diritto commessi da giudici del suo distretto in alcune sentenze penali. Il plenum del Csm ha sì archiviato la vicenda, «non essendovi provvedimenti di propria competenza da adottare», ma nello stesso tempo ha disposto la trasmissione degli atti ad Alfano e al pg della Suprema Corte, Vitaliano Esposito. E a Dragotto non ha risparmiato critiche, parlando di una sua «caduta di stile».
Ad aprire il fascicolo era stata la Prima Commissione di Palazzo dei marescialli che, acquisiti gli articoli pubblicati dal Pg, aveva anche convocato lo stesso Dragotto per aver spiegazioni e altri magistrati del distretto di Ancona. Davanti ai consiglieri Dragotto aveva fatto presente che lo scopo dell'iniziativa non era quello di «dileggiare pubblicamente nessuno», ma di suscitare un dibattito all'interno della magistratura delle Marche, «sui tanti casi di esercizio dell'attività giudiziaria in maniera ritenuta sciatta e gravemente errata».
Scopo riuscito visto che l'Anm locale aveva indetto un'assemblea proprio sul blog, dopo la quale il Pg aveva smesso di scrivere articoli. In ogni caso, aveva chiarito, sul blog il suo nome non era mai comparso, nè quello degli autori delle sentenze commentate e tanto meno vi era stato alcun riferimento ai loro uffici giudiziari.
Fonte: http://www.unita.it/news/81813/il_blog_del_pg_fa_infuriare_alfano

Il Resto del Carlino 18 febbraio 2009
IL BLOG DELLA DISCORDIA
Ironizza su errori dei colleghi magistrati
Il caso Dragotto sul tavolo di Alfano
Saranno il ministro della Giustizia e il procuratore generale della Cassazione a pronunciarsi sul blog informatico del procuratore generale di Ancona Gaetano Dragotto, con macroscopici errori di diritto commessi in alcune sentenze
Ancona, 18 febbraio 2009 - Aveva ironizzato su macroscopici errori di diritto commessi da giudici del suo distretto in alcune sentenze penali. Ora il caso del blog informatico del procuratore generale di Ancona Gaetano Dragotto finisce all’attenzione del ministro della Giustizia e del procuratore generale della Cassazione, cioè dei due titolari dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati.
Il plenum del Csm ha sì archiviato la vicenda, “non essendovi provvedimenti di propria competenza da adottare”, ma nello stesso tempo ha disposto la trasmissione degli atti ad Alfano e al pg della Suprema Corte, Vitaliano Esposito. E a Dragotto non ha risparmiato critiche, parlando di una sua “caduta di stile”.
Ad aprire il fascicolo era stata la Prima Commissione di Palazzo dei marescialli che, acquisiti gli articoli pubblicati dal Pg, aveva anche convocato lo stesso Dragotto per aver spiegazioni e altri magistrati del distretto di Ancona. Davanti ai consiglieri Dragotto aveva fatto presente che lo scopo dell’iniziativa non era quello di “dileggiare pubblicamente nessuno”, ma di suscitare un dibattito all’interno della magistratura delle Marche, “sui tanti casi di esercizio dell’attività giudiziaria in maniera ritenuta sciatta e gravemente errata”. Scopo riuscito visto che l’Anm locale aveva indetto un’assemblea proprio sul blog, dopo la quale il Pg aveva smesso di scrivere articoli. In ogni caso, aveva chiarito, sul blog il suo nome non era mai comparso, né quello degli autori delle sentenze commentate e tanto meno vi era stato alcun riferimento ai loro uffici giudiziari.
Dragotto aveva anche riferito che l’iniziativa non aveva suscitato malumori nell’ambiente giudiziario, ma su questo era stato smentito dai colleghi ascoltati dal Csm, che però avevano anche ammesso che una volta che il Pg aveva smesso di scrivere, la vicenda non aveva più suscitato riflessi significativi sulla realtà anconetana.
“Al di là della opinabilità dell’iniziativa intrapresa dal dottor Dragotto, in ordine alla quale non può negarsi la caduta di stile nella scelta di alcuni titoli degli articoli pubblicati ed in generale nell’utilizzo di un tono di scherno in ordine alla professionalità dei colleghi - scrive il Csm- si può ritenere che la situazione di contrasti e di proteste inizialmente determinata dai fatti descritti, appare oggi superata”. Una conclusione che trova “conferma oggettiva” in un parere del Consiglio giudiziario di Ancona successivo alla vicenda, contenente “un giudizio senza dubbio molto positivo sulle qualità professionali ed umane del dottor Dragotto”. Di qui la decisione di archiviare.
Fonte: http://ilrestodelcarlino.ilsole24ore.com
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mercoledì 1 luglio 2009

Proroga di indagini nell'inchiesta "Sanitopoli" Abruzzo


Di Fine, ma non la fine...

E' del 26 maggio 2009 la richiesta di proroga delle indagini al Gip Maria Michela Di Fine, da parte della Procura di Pescara, in merito all'inchiesta di corruzione partita a luglio dello scorso anno nel settore sanità della Regione Abruzzo, che ha portato all'arresto dell'allora Presidente della Regione, Ottaviano del Turco e ha visto coinvolti anche numerosi componenti della giunta. Fra di loro spicca per interesse Francesco di Stanislao, all'epoca dei fatti direttore dell'agenzia regionale sanitaria dell'Abruzzo, ma fino al 2005 direttore dell'agenzia regionale sanitaria delle Marche, al quale è stato riconfermato il divieto di dimora a Pescara. E ad Ancona, all'Università Politecnica delle Marche, è ritornato alla sua cattedra di Igiene generale e applicata*.
A fronte di tutto ciò, nel procedimento civile che si è aperto nell'ottobre 2007 a seguito di una citazione per diffamazione a mezzo stampa (con una richiesta di risarcimento danni pari a 500 mila euro!) da parte di Marcello Secchiaroli, ex assessore regionale Politiche Sociali della Regione Marche, contro la sottoscritta, Michele Santoro e La Rai, Francesco Di Stanislao risulta “convocato” come testimone dell'attore, ovvero da e per Secchiaroli. In realtà nell'udienza del 21 aprile 2009 sembrava proprio dovesse esserci lui, poi invece per Secchiaroli si è presentato un solo testimone. Gli altri rinviati a ottobre. Chissà, forse Di Stanislao aspetta la chiusura delle indagini per avere una voce più autorevole nelle aule di un tribunale...


Inchiesta Del Turco. La procura chiede un’altra proroga per le indagini
PESCARA. La procura di Pescara ha chiesto al gip Maria Michela Di Fine la proroga delle indagini, fino al 26 settembre prossimo, per l'inchiesta su presunte tangenti nel mondo della sanità privata abruzzese.
Il 14 luglio scorso i clamorosi arresti dell'ex presidente della Regione Abruzzo Ottaviano Del Turco e alcuni componenti della giunta. Ad accusare Del Turco il titolare della clinica privata Villa Pini di Chieti, Vincenzo Angelini che rivelò ai magistrati di aver pagato tangenti per un totale di circa 15 milioni di euro ad alcuni amministratori regionali in cambio di favori. Il gip avrà ora 5 giorni di tempo per decidere. Oltre all'ex governatore, sono stati colpiti da misure restrittive, chieste dai magistrati Trifuoggi, Di Florio e Bellelli, altre 10 persone. In carcere sono finiti: l'ex segretario generale dell'ufficio di presidenza, Lamberto Quarta; l'ex assessore regionale alle attività produttive, Antonio Boschetti; l'ex capogruppo del Pd, Camillo Cesarone; l'ex manager della Asl di Chieti; Luigi Conga; l'ex rappresentante legale della Humangest, Gianluca Zelli. Ai domiciliari: l'ex assessore regionale alla sanità, Bernardo Mazzocca; il suo segretario Angelo Bucciarelli; l'ex presidente della Fira, Giancarlo Masciarelli e l'ex assessore alla sanità nella giunta di centrodestra, Vito Domenici. Divieto di dimora a Pescara, invece, è stato disposto per l'allora direttore dell'agenzia sanitaria regionale, Francesco Di Stanislao. Che cosa significa la richiesta di proroga? Una cosa di sicuro: il lavoro non è finito, l’indagine non si può chiudere o non si vuole ancora chiudere per approfondire meglio nuovi spunti. Sta di fatto che l’inchiesta sprofondata nel silenzio per mesi non sembra aver portato nel frattempo risultati eclatanti. Sebbene più volte i magistrati hanno precisato che «la montagna di prove» fosse sufficiente a provare le accuse, si vorrebbe avere la prova dell’esistenza di questo tesoro intascato dai politici. Avere la certezza di questa montagna di soldi metterebbe un punto fermo e chiuderebbe la partita. Per assurdo anche avere la prova della sparizione del bottino (magari in paradisi fiscali irraggiungibili) potrebbe essere una prova ma allo stato è difficile dire quanto in più si sappia rispetto al giorno degli arresti. Fonti bene informate hanno sempre parlato di disponibilità e collaborazione da parte di numerosi istituti bancari della city di Londra ma anche dell’est Europa, per esempio dell’Albania. Ma del tesoro ci sarebbero solo tracce labilissime, forse troppo, per chiudere l’inchiesta e andare a colpo sicuro. L’inchiesta che ha decapitato la giunta Del Turco era nata dalle iniziali confessioni del grande accusatore e imprenditore della sanità, Angelini. Erano seguiti i riscontri della finanza che aveva potuto appurare come ad ogni presunto versamento confessato da Angelini corrispondessero prelievi bancari identici. Ma per essere davvero sicuri ogni inchiesta di corruzione deve poter accertare l’intero percorso della tangente: dalla partenza all’arrivo. In questo caso si avrebbe solo la prova dell’uscita del denaro ma non che questo sia effettivamente stato intascato dagli amministratori accusati. Su una ipotetica premeditazione e cervellotica macchinazione dello stesso Angelini gli inquirenti si sono detti sempre scettici: impossibile prevedere da anni l’ipotesi di veri prelievi per simulare false tangenti.Nelle carte delle indagini tuttavia emerge come provato una certa pressione da parte dell’allora governo regionale nei confronti di Angelini una certa ostilità che tuttavia veniva equilibrato da controlli molto blandi circa i dati relativi ai ricoveri in convenzione.Insomma una partita aperta che sembra segnare ogni giorno in più un vantaggio per la difesa.

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mercoledì 10 giugno 2009

Provaci ancora Secchiaroli


In tempi di risultati elettorali, qualche aggiornamento politico non può che essere utile. Il riferimento è alle comunali di Pesaro del 6-7 giugno, e in particolare al 7 maggio 09, quando in un precedente post avevo scritto della candidatura di Marcello Secchiaroli a consigliere comunale per Maurizio Sebastiani Sindaco.

Dopo che il partito dei Ds non volle ricandidare l'ex assessore Politiche Sociali alle regionali del 2005 nelle Marche, per incompatibilità con il terzo mandato, dopo il clamoroso flop per non essere entrato nella nuova compagine del Pd di Pesaro, con la sua mancata elezione alle Primarie dell'ottobre del 2007, Marcello Secchiaroli ha tentato di nuovo di affacciarsi sulla scena politica pesarese ma oggi fuori dai partiti, con una lista civica, la lista "Città in Comune". Non ce l'ha fatta neanche questa volta. Tanti anni spesi in politica, nell'associazionismo, assessore comunale prima e regionale poi, coordinatore d'ambito a Urbino... per ottenere appena una NOVANTINA DI VOTI. Addirittura meno del 'compagno di lista' il 35enne Andrea Zucchi, che ha totalizzato CENTOQUARANTUNO preferenze! E adesso dovrei mantenere io la pensione a quest'uomo che mi ha richiesto 500 mila euro in sede civile per diffamazione a mezzo stampa? O la Rai? O Santoro? Secchiaroli, una riflessione è d'obbligo?

Di seguito i risultati:
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RISULTATI CANDIDATO SINDACO E LISTA
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Candidato Sindaco SEBASTIANI MAURIZIO
VOTI 1.271 % 2,24

Liste LISTA CIVICA - CITTA' IN COMUNE
VOTI 1.143 % 2,11 SEGGI ----


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PREFERENZE CANDIDATI
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Lista
CITTA' in COMUNE
Candidato Voti
1 MARCELLO SECCHIAROLI 94
2 GIULIA BENELLI 27
3 ROBERTO BERTOZZINI 8
4 ROSANNA BIANCO 3
5 ANDREA CANDUCCI 13
6 CONCETTA CATONE detta MARCELLA 22
7 ROBERTO CECCHINI 10
8 ANNITA DE NICOLA 5
9 SILVIA FAZI 24
10 DIEGO FORNARELLI 12
11 SILVIA FRANCA 0
12 LUCIA GAFA' 11
13 PAOLO GRAZZI 0
14 ANGELA GUARDATO 8
15 LORENZO GUCCINI 12
16 IVAN ITALIANI 5
17 ANDREA LAZZARI 82
18 MARGHERITA LUCARINI 6
19 ROSANNA MARCHIONNI 32
20 MARTINA MARIANI 42
21 DANIELA MINERVINI 21
22 ALESSANDRO NARDELLI 8
23 BORIS ORZELLI 15
24 SIMONA PAGGI 2
25 MARIA TERESA PAMPALONI 16
26 MANUELA PEDINI 2
27 DIEGO POZZI 6
28 VALERIA ROSSETTI 17
29 PAOLO SEVERI 25
30 ALBERTO UGOLINI 19
31 PATRICIA VASCONCELOS NUNES 5
32 ANDREA ZUCCHI 141

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venerdì 29 maggio 2009

Procura di Ancona e inchiesta "sprecopoli marchigiana": Inrca, Ars, Irma


Sessantamila euro per la collaborazione di sei mesi di studio sulla fattibilità del nuovo ospedale di rete a San Sabino e della nuova struttura prevista dall’Aspio in provincia di Ancona. 60 mila euro pattuiti dall’INRCA, proprio nel periodo in cui Don Vinicio Albanesi era (ed è tuttora) in carica, e finiti nelle tasche dell’avv. Giovanni Ranci segretario cittadino del Partito Democratico di Ancona. La procura le chiama “le consulenze d’oro” e avvia delle indagini, ma Ranci si difende e dice: “Sono stato incaricato per una consulenza sul project financing e sono stato molto al di sotto di quello che avrei potuto chiedere”. Non ricorda quanto ha preso per questo incarico “Erano tre o quattro anni fa”, ma assicura che la cifra “era molto di sotto del tariffario che Bersani ha successivamente abolito". Aggiunge Ranci: “non vedo dove siano i dubbi o le irregolarità”.
Come si difende L’INRCA, l’istituto nazionale di ricerca e cura degli anziani, di fronte alle accuse mosse dalla Procura di Ancona?
Il direttore generale dell’Inrca Antonio Aprile sgombra le nubi del sospetto dal cielo dei 60 mila euro pagati all’avvocato Ranci e sottolinea che aveva scelto di avvalersi della professionalità di Ranci “perché non c’era nessun altro a cui poter affidare quell’incarico, all’interno e all’esterno dell’istituto”.
Ma le indagini della Procura di Ancona non si fermano all’Inrca. Sono aperti altri filoni d’indagine, altri capitoli della sprecopoli marchigiana. Ars, Agenzia Sanitaria Regionale Marche, Irma, agenzia immobiliare Regione Marche e Inrca sono finite nel mirino. Aspettiamo gli sviluppi.
Di seguito una breve rassegna tratta dal Corriere Adriatico dell'8 maggio 2009.

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Fiamme Gialle all`Inrca di Ancona. Franca Romagnoli attacca Don Albanesi. Nel mirino consulenze strapagate (da informazione.tv, 16.06.08)
Già fioccano interrogazioni regionali e il direttore Aprile è andato sotto accusa politica. Sempre lasciando alla Procura e agli inquirenti fare il proprio mestiere, non posso non pensare al fatto che l`INRCA oltre ad un direttore, organismo tecnico, ha un presidente che da circa un anno è il fermano Don Vinicio Albanesi. Contestai, col mio gruppo di AN in Regione, la sua nomina squisitamente politica, fatta di concerto da Spacca e dalla Turco, dal punto di vista della opportunità e del cumulo di cariche social-politiche in capo alla medesima persona. Ma al di là di questo ci aspettavamo oculatezza e rigore nella gestione economica dell`ente, insomma una svolta, in linea con l`immagine concreta ed essenziale che il prelato dà nella sua parrocchia fermana. Ci stupisce invece leggere che la consulenza finita nel mirino, di 60.000 euro per sei mesi, all`avv. Ranci, segretario cittadino del Partito Democratico di Ancona, è stata data proprio nel periodo in cui Don Albanesi era in carica, e vorrei conoscerne meglio presupposti e motivazioni. Per questo interrogherò il presidente Spacca, visto che la nomina a presidente INRCA è sua, per saperne di più, ferma restando l`incredulità. Leggo nell`oggetto dell`incarico che l`avv. Ranci deve "studiare e prevedere un team di project management per lo studio del nuovo ospedale di Osimo Inrca". Visto che a giorni, alla festa di Capodarco, Don Vinicio parlerà ai sindaci del nuovo ospedale di Fermo, ci saranno novità anche per noi?
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Il segretario del Pd “Per il project financing ho preso un importo molto al di sotto del tariffario” “Da 40 anni faccio collaborazioni, l’iter era trasparente”
“Sono 40 anni che faccio consulenze e grazie a Dio continuo a farle”. Non si scompone l’avvocato Giovanni Ranci alla notizia che la procura, nello screening sugli incarichi d’oro affidati dalle amministrazioni pubbliche a professionisti esterni, si stia soffermando anche sulle consulenze da lui ottenute per il progetto dell’ospedale di rete a San Sabino e della nuova struttura prevista all’Aspio. “La nostra professione - spiega Ranci - consiste anche nel lavoro stragiudiziale di collaborazioni che ogni buon avvocato fa”. Continua Ranci. “Sono stato incaricato per una consulenza sul project financing e sono stato molto al di sotto di quello che avrei potuto chiedere”. Dice di non ricordare l’importo. “Erano tre o quattro anni fa, ma era molto di sotto del tariffario - ribadisce - che Bersani (l’ex ministro, ndr) ha successivamente abolito. Aggiunge Ranci. “Non vedo dove siano i dubbi o le irregolarità”. E si affida alla fiducie nella serietà dei magistrati. “Facciano pure le indagini, attendo di vedere cosa concludono”. Sui 60 mila euro per la collaborazione di sei mesi sullo studio di fattibilità del nuovo ospedale, Ranci taglia corto. “Se Regione e Inrca hanno scelto questa impostazione è nel loro pieno diritto”. Del resto, aggiunge il legale, “io aspetto clienti che mi chiamino e mi consultino”. Già nel giugno 2008, quando la vicenda era emersa sull’onda della polemica politica a proposito del contributo all’iter della struttura ospedaliera all’Aspio, Ranci aveva spiegato che l’Inrca, istituto che eccelle nella ricerca, nella cura e nella qualità della vita degli anziani, “ha ritenuto di affidarmi questa consulenza per valutare le connessioni e le interrelazioni che esistono per la fattibilità di questo nuovo complesso, anche in riferimento alla vicenda antica dell’ospedale di San Sabino cercando di utilizzare tutto quanto è possibile della procedura già sperimentata e che io avevo seguito”. L’avvocato Ranci aveva tenuto a precisare che “la procedura adottata è regolare e legittima”. E aveva anche scacciato i sospetti sul presunto conflitto di interessi con la carica ai vertici del Pd cittadino. “Sono stato inserito nel gruppo di lavoro dell’Inrca prima ancora che si parlasse della mia nomina a segretario del Partito democratico”. E.C.
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Aprile: “Non c’era nessun altro a cui affidare quello studio”
Il direttore generale dell’Inrca Antonio Aprile sgombra le nubi del sospetto dal cielo dei 60 mila euro pagati all’avvocato Ranci per un incarico semestrale “quale componente del gruppo di lavoro per la previsione di un team di project management per lo studio di un nuovo ospedale di ricerca”. Spiega Aprile. “Era stato fatto tutto secondo le regole, addirittura con la segnalazione alla Corte dei conti”. Aggiunge il manager della sanità. “Anche le altre consulenze erano state affidate secondo le direttive, ma per questa in particolare non c’era davvero niente da obiettare”. Non così per la procura che per avvalorare, o spazzare, i sospetti sta producendo accertamenti. “Il fatto è - attacca Aprile - che io rompo gli equilibri perché faccio le cose come devono essere fatte”. In quel caso l’istituto di ricerca e cura degli anziani “aveva seguito le regole nuove” e aveva scelto di avvalersi della professionalità di Ranci “perché non c’era nessun altro a cui poter affidare quell’incarico, all’interno e all’esterno dell’istituto”. Alla base della decisione c’era la necessità di capire le relazioni possibili tra il progetto vecchio e quello nuovo dell’ospedale di rete. Come aveva già spiegato l’estate scorsa, Aprile sottolinea che “Ranci è stato chiamato per darci una mano sugli aspetti giuridico-amministrativi del nuovo ospedale, entrare a far parte di un gruppo di lavoro e sviluppare la parte operativa dello studio di fattibilità”. Il direttore generale aggiunge che “la realizzazione della struttura è collegata alle vicende pregresse, Ranci è un professionista che conosceva la vecchia situazione”. A proposito proprio dei due incarichi precedenti, quelli per la finanza di progetto a San Sabino, “roba vecchia, abbiamo chiuso tutto nel 2003”, taglia corto Aprile.
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Enti pubblici sotto la lente dei magistrati
L’inchiesta della procura sulle consulenze sospette aggiunge capitoli spinosi. Era partito ai primi del 2008 lo screening degli inquirenti contro lo scialo di denaro pubblico. In attuazione alle disposizioni della Finanziaria, erano state monitorate le collaborazioni affidate da enti e aziende pubbliche per scovare anomalie e magagne nell’ombra di incarichi “leggeri”, ingiustificati o gonfiati. Ars. Irma e Inrca sono finite nel mirino. Ma sono aperti altri filoni d’indagine, altri capitoli della sprecopoli marchigiana. L’ultimo riguarda le consulenze affidate all’avvocato Ranci sull’ospedale di rete. Ma non si escludono altri colpi di scena, la caccia ai soldi facili ai professionisti continua.

Incarichi a Ranci, indaga la procura Nel mirino tre consulenze per l’ospedale di rete. Oltre 150 mila euro per l’assistenza legale
S’allarga a macchia d’olio l’inchiesta della procura su incaricopoli. La lente degli inquirenti si fissa anche sulle consulenze affidate all’avvocato Giovanni Ranci, segretario cittadino del Pd, nell’ambito del tormentato iter dell’ospedale di rete. C’è quella semestrale da 60 mila euro “quale componente del gruppo di lavoro per la previsione di un team di project management per lo studio di un nuovo ospedale di ricerca Inrca”. E ce ne sono altre due precedenti, per circa centomila euro, per seguire gli aspetti giuridico-amministrativi del project financing dell’ospedale di San Sabino. La procedura che doveva portare all’affidamento dei lavori di costruzione del nosocomio al servizio della popolazione del territorio a sud di Ancona si è arenata nelle sabbie mobili di anomalie e stranezze, diventate un terreno minato di sospetti che hanno attirato lo sguardo della magistratura. Troppo datati gli episodi per reggere l’accusa della procura della Repubblica, un’azione penale sarebbe destinata a infrangersi nel nulla di fatto della prescrizione. Gli interrogativi di un danno alla pubblica amministrazione e alla collettività sono finti sul tavolo della Corte dei conti. Nel novembre del 2005 il progetto del nuovo ospedale di rete sembrava aver preso la giusta velocità. Era stato presentato in Comune a Osimo, il sindaco Latini aveva anche annunciato il coinvolgimento di un pool di aziende pronte a pagare sei dei trenta milioni di spesa prevista. Un’inezia, a parere dell’Autorità di vigilanza, al confronto con gli enormi benefici che i privati avrebbero tratto dalla “finanza di progetto”, con la gestione di tutta una serie di servizi offerti dalla nuova struttura ospedaliera. Per questo fu imposto lo stop all’iter, tutta la documentazione è finita al vaglio dei magistrati contabili e la pratica è tornata in mano alla Regione. Su questo scenario s’innestano gli approfondimenti sulle consulenze affidate all’avvocato Ranci. Che per due volte aveva ottenuto il mandato di seguire il procedimento. E, successivamente, naufragato il project di San Sabino, l’Inrca gli ha assegnato per sei mesi la collaborazione per un lavoro d’indagine sulla fattibilità del nuovo ospedale all’Aspio, proprio in qualità di professionista che conosceva la situazione pregressa. Perché la Regione, che era tornata in cabina di regia, ha affidato all’esterno quel compito bypassando le competenze della sua struttura interna? Domanda buona per la procura, che indaga per capire se ci sono irregolarità e comportamenti contrario ai doveri d’ufficio. Gli inquirenti continuano la caccia allo sperpero di denaro pubblico. L’inchiesta anti-sprechi ha messo nel mirino degli investigatori altri nomi illustri. Ora è la volta di Ranci che - è bene sottolinearlo - non risulta formalmente indagato. In passato l’ultimo degli incarichi nell’occhio del ciclone era già finito sulla graticola del dibattito politico. Era stato Giacomo Bugaro, oggi candidato a sindaco del Pdl, a definirlo “di cattivo gusto”.EC

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giovedì 7 maggio 2009

Elezioni Amministrative Pesaro 2009: Marcello Secchiaroli scende in campo per Sebastiani Sindaco

A volte ritornano.
E così, dopo la mancata candidatura alle regionali del 2005, e l'uscita dai giochi nella nuova formazione del Pd, per non essere stato eletto alle Primarie dell'ottobre 2007, l'ex-assessore comunale e regionale Marcello Secchiaroli ci riprova. E si candida alle future amministrative di Pesaro nella lista civica “Città in Comune” per Maurizio Sebastiani sindaco. Proprio quel Secchiaroli che ha citato in sede civile, con una richiesta di risarcimento per diffamazione a mezzo stampa pari a 500 mila euro, la sottoscritta, la Rai - Radio Televisione Italiana e Michele Santoro, a seguito delle mie dichiarazioni rese ad Annozero nel giugno 2007.
Vediamo cosa ha spinto l'ex-assessore a “ritentare la sorte”... C'è anche qualcuno, come Mario Fabbri del Pd di Pesaro, che commenta sul Messaggero la scelta di alcuni candidati e, fra le altre cose, dice "Chi è Secchiaroli? Rappresentante del mondo cattolico pesarese nel Pci, prestato dalla Banca delle Marche alla politica, assessore a Pesaro e poi consigliere e assessore regionale, anche lui aspirante a sindaco di Pesaro nella passata legislatura. Tutti provenienti dalla stessa base politica, tutti con le tessere dell’ex Pci oggi folgorati sulla “via delle elezioni”, scoprono l’esigenza di recuperare idealità perdute, trasparenze mai rivendicate quando erano al potere".
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L'ex-assessore regionale Marcello Secchiaroli in una lista civica anti-Pd
ELEZIONI PESARO
Pesaro- In attesa della definitiva decisione dell'ex-senatore Giuseppe Mascioni, si registra a Pesaro un'altra importante defezione nel Pd. L'ex-assessore comunale e regionale Marcello Secchiaroli ha annunciato che si presenterà per il consiglio comunale di Pesaro a fianco di Maurizio Sebastiano, ex-esponente del Pci-Ds, candidato a sindaco per la lista civica “Città in Comune”, alternativa al primo cittadino uscente Luca Ceriscioli (Pd). L'annuncio ufficiale ieri mattina, con colui che guidò vent'anni orsono un consistente gruppo di cattolici di base all'interno del Pci, che ha superato le ultime perplessità dovute ad una recente malattia. Nella stessa lista, che si definisce di centro sinistra, anche due ex-assessori comunali dell'epoca Giovanelli: Rosanna Marchionni e Luciana De Angelis. Dure accuse a sinistra: “C'è una cappa su questa città, ci sono state minacce anche subdole”.

fonte: Resto del Carlino 19 aprile 2009

“Di centrosinistra ma non con il Pd”
Sebastiani ha presentato la lista che osteggia “la longa manus delle clientele di Pesaro”
Pesaro “Se si esce dalle ideologie, non si sbuca sul qualunquismo”. Ne è sicuro Antonio Faeti, testimonial d’eccezione della lista civica “Città in Comune – Sebastiani Sindaco”. Una vita da intellettuale, spesa nella militanza politica vecchio stampo, con tessere e scuole quadri comuniste. “Provengo da una politica estremamente ideologizzata dal sapore contrario a quanto stiamo vivendo e provocando oggi, di cui non mi pento affatto. Come per Pajetta, se la politica è una malattia, segnatemi tra i cronici. Ma i tempi son cambiati e questa lista ora è il coronamento del mio sogno di mezza estate: 70 anni, da quando ne avevo 28 passo le mie vacanze qui. Ora non ci sono più montagne e Spagna in cui combattere, ma luoghi di minor evidenza ma non importanza”.
Storia passata
La lista (che ha trovato ieri l’attento ascolto in sala di Stafoggia e Catalano, come di Briglia, Topi e Sorcinelli) osteggia chi strumentalmente vuol collocarla a destra e si proclama fieramente di centrosinistra, “senza riconoscersi nel Pd”, che per Andrea Marzi è apertamente “la longa manus delle clientele in questa città”.
Il posizionamento per i new-entry in politica è meno sofferto che per alcuni ex Pci-Pds-Ds-Pd, come lo stesso Maurizio Sebastiani (presidente I circoscrizione) ma anche Rosanna Marchionni (al decentramento con quello che chiama “il primo Giovanelli”) e Marcello Secchiaroli (ex assessore regionale ai servizi sociali), che rivelano il peso di un partito da cui si sono staccati. Chi “per la perdita di sensibilità ambientale e urbanistica del partito”, “per l’avvento di dirigenti giovani-vecchi dentro” e “per le scelte da confessionale che non sanno di democrazia”.
Programma
“Per amore della città, ci proponiamo per una ricostruzione sociale ed economica”. Per farlo, innanzitutto, un nuovo metodo di lavoro: democrazia partecipata, ossia scelte dal basso, trasparenza e solidarietà. In primo piano, connessione internet gratuita per tutti che garantisca l’accessibilità agli atti amministrativi, tra cui il bilancio comunale dettagliato (come fa Obama ma anche la vicina Emilia-Romagna). Un maggior rispetto delle istituzioni, “visto il tenore dei consigli comunali”. Un piano di mobilità pedonale e ciclabile. Contrari al casello autostradale di Santa Veneranda (e buttano l’ombra di comitati per il no). Basta al porto degli inerti e no alla cementificazione del porto della Vallugola “che si sta romagnalizzando”. Smetterla di costruire, ma recuperare. No alla sanità privata, sì alla buona gestione della pubblica. Per la cultura, una casa museo Toschi Mosca. I giovani come potenzialità e non come disturbo alla quiete. Una rete di servizi per le persone e le famiglie e impegno nel mondo della scuola. E magari una spinta all’abolizione delle province.
Obiettivi futuri
“Andare al ballottaggio, non è una presunzione”. Sebastiani è certo di scontrarsi con Ceriscioli. Nel caso sbagliasse, la promessa è comunque di non apparentarsi con nessuno “né prima né dopo, perché è una questione di punti in programma”, lasciando libertà di voto ai suoi simpatizzanti. “Per le inversioni a U che in politica van tanto di moda, alla guida ti ritirano la patente”. Nell’aria un matrimonio con i grillini (tanti già in barca e baci&abbracci a Ballerini). Intanto, qualora vincesse la tornata elettorale, garantisce una giunta a 6 posti, ma i nomi degli assessori sono ancora top-secret. Il 9 maggio la presentazione dei candidati.SM
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«Noi, di centrosinistra ma diversi dal Pd»
E con Sebastiani, in lista due ex assessori: Marchionni e l’applaudito Secchiaroli
Si presenta “Città in Comune” «Al ballottaggio libertà di voto nessun apparentamento»di TDB
Quando ha annunciato la sua presenza in lista, dall’affollata Sala Rossa si è alzato un lungo e caloroso applauso. Marcello Secchiaroli c’è. L’ex assessore regionale Ds, ha deciso di scendere in campo e di candidarsi per il consiglio comunale a sostegno del candidato sindaco Maurizio Sebastiani, che ieri ha presentato la sua lista civica “Città in Comune”. «Pur avendo difficoltà personali - ha detto Secchiaroli - mi candido perchè qui si inizia un nuovo percorso di partecipazione. Chi dice che questa è una lista di destra, rischia una denuncia per diffamazione, questa è una lista di centro-sinistra che non si apparenta per i posti». E Secchiaroli non si ferma neppure davanti a «qualche minaccia che ho ricevuto».La rivolta degli ex Ds. Oltre a Secchiaroli, nella lista “Città in Comune”, c’è un’altra ex Ds, Rosanna Marchionni, assessore della Pubbica Istruzione al tempo di Giovanelli, che ha deciso di entrare nella squadra di Sebastiani «perchè nel partito non si riusciva più a parlare. Dal secondo Giovanelli in poi fino a Ceriscioli sono aumentati gli assessori perchè venivano contrattati prima delle elezioni. I ruoli vengono decisi tra pochi, perchè fanno piacere a questo o a quello. Anche il futuro sindaco di Mombaroccio è stato contrattato tempo fa», chiude riferendosi a Lorenzo Rossi. Con due nomi di questo calibro non è un caso che «i sondaggi siano molto incoraggianti». Due politici di lungo corso, Secchiaroli e la Marchionni, che potrebbero catalizzare verso Sebastiani, quello scontento degli elettori di centro-sinistra che non si riconoscono più nel nuovo corso del Pd. La guerra con le liste civiche pro Ceriscioli. «La gente deve capire che votando per noi, continua a votare centro-sinistra, ma non vota Ceriscioli e il Pd». E’ il messaggio che Sebastiani lancia per creare uno spartiacque con la lista “Vivi Pesaro” e con i Liberi per Pesaro che sono sempre più vicini all’alleanza con il Pd. «E’ imbarazzante vedere come queste liste siano scese a sostegno del potere. Liste che sono arrivate anche da destra, con pericolose inversioni ad U - attacca riferendosi alla Catalano, presente ieri in sala - Vivi Pesaro è una lista civetta, non posso chiamarla in altro modo».Sebastiani-Grillo, profumo d’intesa. Tra Sebastiani e Mirko Ballerini, candidato sindaco del meet-up di Beppe Grillo i rapporti sono sempre più stretti: «Ci siamo sentiti - racconta Sebastiani - siamo le uniche due liste che non sono alleate con nessun partito. Ho chiesto loro di aprire un confronto, mi hanno detto che ci rifletteranno».Obiettivo ballottaggio. Il coordinatore della lista Andrea Zucchi già lo chiama «il nostro sindaco». Sebastiani ci crede e la sua aspirazione è quella di «andare noi al ballottaggio». Ma, nel caso, di un ballottaggio tra Ceriscioli e Cascino, o chiunque altro, Sebastiani annuncia che «lascerò ai miei elettori libertà di scelta. E dopo il voto, nessun apparentamento».Il programma. Tra i punti salienti di “Città in Comune” c’è «il no al secondo casello di Santa Veneranda, un porto senza inerti, internet gratuito in tutte le case, attenzione ai giovani, piste ciclabili e marciapiedi, recupero e valorizzazione dei musei civici, impegno nei confronti della scuola. E una squadra con solo sei assessori e nessun portavoce».

"Città in Comune" - Candidati - Carta d'Identità:
MARCELLO SECCHIAROLI
Ho dedicato gran parte della mia vita alla città . Appassionato di una certa politica, mi sono molto impegnato nel sociale.Sono stato assessore comunale e regionale alla Politiche sociali, oggi sono coordinatore dell’Ambito sociale di Urbino, e vicepresidente della Fondazione intitolata a Don Gaudiano. E’ a lui che devo la mia formazione e le mie scelte.
Fonte: Città in Comune
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Sulle pagine del Messaggero, il 07 maggio compare un articolo scritto da Mario Fabbri del Pd e presidente del collegio regionale dei garanti, che non crede alla "buona fede" di alcuni candidati, stesso nome stesse facce da sempre nella politica pesarese, di questa ennesima tornata elettorale. "Chi è Secchiaroli? [...]".
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Il Messaggero
«A Pesaro - interviene Mario Fabbri, Pd, presidente del collegio regionale dei garanti - assistiamo ad un fiorire di motivazioni “ideali” per giustificare vecchi rancori e lotte di potere. Concorrenti in passato; sconfitti si presentano ora con motivazioni “ideali”, di trasparenza e di difesa della democrazia. Mascioni, Banini, Leoni, Secchiaroli, Sebastiani, Marchionni riscoprono idealità perdute con l’unico obiettivo di togliere voti alla lista di centrosinistra unita intorno a Ceriscioli che oggi il Pd dopo una discussione, che ha coinvolto centinaia di donne e di uomini, propone agli elettori per concorrere a conquistare la maggioranza al Comune di Pesaro. Chi è allora Mascioni? Presidente dell’Ente ospedaliero, consigliere e poi assessore regionale e poi senatore e poi aspirante sindaco di Pesaro è sempre lui. Chi è Secchiaroli? Rappresentante del mondo cattolico pesarese nel Pci, prestato dalla Banca delle Marche alla politica, assessore a Pesaro e poi consigliere e assessore regionale, anche lui aspirante a sindaco di Pesaro nella passata legislatura. Tutti provenienti dalla stessa base politica, tutti con le tessere dell’ex Pci oggi folgorati sulla “via delle elezioni”, scoprono l’esigenza di recuperare idealità perdute, trasparenze mai rivendicate quando erano al potere. Io ritengo che sia legittima la critica politica in qualsiasi momento, le riserve su determinati comportamenti o decisioni non condivise, o il risentimento per qualche torto subito, ma ritengo anche che le battaglie politiche vadano condotte con coerenza e senza soluzione di continuità durante tutta l’esperienza politica. Sorprendono le folgorazioni e le crisi ideali sotto elezioni; mi stupiscono certe motivazioni e mi feriscono certe azioni. Cui prodest? Nessuna di queste liste potrà essere vincente neppure candidabile per eventuali ballottaggi. E allora? Si tratta di creare danni, confusione. Ormai i trasformismi sono giochi vecchi e logori, nessuno crede a proclamate serenate, plasmate anche da qualche critica condivisibile e che servono esclusivamente alla destra. Una destra che si presenta a Pesaro frammentata e confusa, che cerca di utilizzare le stampelle di quelle liste. Chi offre quelle stampelle può la notte dormire sonni tranquilli?».

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lunedì 27 aprile 2009

Il Ritorno del Principe: Neofeudalesimo Italiano


Riporto un pezzo dell'intervista tra Saverio Lodato, giornalista scrittore, e Roberto Scarpinato, procuratore aggiunto della Procura antimafia di Palermo, che nel loro ultimo libro “Il Ritorno del Principe” (ChiareLettere) analizzano in maniera lucida e concreta il susseguirsi, mai arginato né allentato, di fatti, mentalità, metodologie mafiose all'interno delle istituzioni, della politica, delle classi dirigenti. Una analisi storica, storiografica, che tratteggia nelle sue linee essenziali i mutamenti storici ancorchè politici del nostro Paese, ormai irrimediabilmente viziato e deformato dalle cattive abitudini di comando e controllo, totalmente al servizio dei potenti. Una focalizzazione spietata sulla classe dirigente, isolata e autoreferenziale, disposta a tutto (il fine giustifica i mezzi...) per mantenere lo stato di potere, soprattutto disposta alla totale rinuncia di persone intelligenti nella sua cerchia, timorosa di criticità e di adombramenti della personalità. Chi è ammesso a far parte della 'casta dirigente', deve saper obbedire sempre al proprio signore.
C’è un braccio armato (anche le stragi sono utili alla politica del Principe), ci sono i volti impresentabili di Riina, Provenzano, Lo Piccolo, e poi c’è la borghesia mafiosa e presentabile che frequenta i salotti buoni e riesce a piazzare i suoi uomini in Parlamento. Ma il potere è lo stesso, la mano è la stessa.
Ma da dove si origina questa mentalità corrotta, “neofeudale” tutta italiana?
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Purtroppo siamo arrivati tardi all’appuntamento con la storia. Nel XIX secolo quando in Europa il feudalesimo era solo un relitto storico ampiamente superato dalle rivoluzioni borghesi che avevano mandato in frantumi il vecchio ordine e le sue strutture culturali, in buona parte dell’Italia il feudalesimo era ancora una realtà vivente. In Sicilia fu abolito ufficialmente solo nel 1812 ma rimase in vita sino alle soglie del XX secolo. Lo stesso può dirsi per gran parte del Meridione e per gli enormi possedimenti dello Stato Pontificio, uno dei peggio amministrati del XIX secolo. I viaggiatori europei restavano incantati dalle rovine romane e nello stesso tempo erano esterrefatti perché sembrava di essere proiettati dall’Europa civile in pieno Medioevo. In tutta questa parte d’Italia il rapporto padrone-suddito era la pietra angolare dei rapporti sociali. Tutta la ricchezza era concentrata in un ristretto numero di famiglie; al posto della cultura dei diritti esisteva quella dell’elemosina e del favore, uno statuto della cittadinanza era semplicemente inconcepibile. Società di sudditi, padrini e padroni con piccole borghesie e corporazioni artigiane al loro servizio. Questo tipo di società che dopo l’Unita di Italia avrà uno dei momenti di maggiore visibilità nazionale in Sicilia e sarà definita come mafiosa esisteva in realtà in larga parte del Paese come dimostra, per esempio, la splendida rappresentazione che ne ha lasciato Manzoni nei Promessi Sposi.
In che modo questa società premoderna regolava i conflitti?
La violenza e l’arbitrio erano uno strumento normale di risoluzione delle controversie all’interno del ristretto numero degli equipotenti – coloro che occupavano il vertice della piramide sociale – e una pratica di vita nei confronti degli impotenti che stavano nei gradini più bassi. L’abitudine all’obbedienza acritica al potente, il servilismo, l’identificazione dell’ordine esistente con quello naturale e divino e quindi la rassegnazione fatalistica erano la normalità. [….]
Restiamo ancora premoderni?
Questa dialettica tra un’Italia premoderna, che utilizza la violenza e la predazione come armi vincenti da mettere in campo nella competizione sociopolitica per le risorse, e un’Italia civile moderna, che tenta di sublimare la violenza materiale ritualizzandola e regolandola nell’agone politico, continua sino ai nostri giorni. Oggi mi pare che si assista a una generale regressione verso la premodernità di cui si possono cogliere tanti segnali.
Quali?
Per esempio l’istituzionalizzazione e la legalizzazione del conflitto di interesse – cioè dell’interesse privato in atti d’ufficio – in tutti i campi. Lo Stato moderno è sorto in Europa proprio a seguito della separazione dell’interesse economico personale del sovrano dall’interesse economico pubblico. La commistione tra interesse privato e pubblico è un relitto degli Stati premoderni di tipo feudale. Anche il progressivo affermarsi di una giustizia privilegiata per i potenti e di una normale per i cittadini senza potere è un sintomo di regressione. Nel mondo premoderno il foro comune era destinato solo agli ultimi e agli impotenti. Per coloro che invece appartenevano a vario titolo alla cerchia dei potenti esistevano i cosiddetti fori privilegiati: quello per gli aristocratici, quello per gli ecclesiastici, quello per i membri delle corporazioni più ricche eccetera. Giustizie domestiche e addomesticate dove si poteva essere giudicati dai propri pari, con quali esiti è facile immaginare. Un altro sintomo è l’occulto ritorno dell’etica dell’obbedienza. Uno degli snodi del passaggio dalla premodernità alla moderintà si è realizzato con il passaggio dalle società dell’obbedienza, quali erano la società feudale e quelle delle monarchie assolute, alla società delle moderne democrazie nelle quali vige invece il principio della responsabilità individuale. Nel primo tipo di società, l’etica è quella dell’obbedienza gerarchica. La responsabilità non è assente, ma è presente solo come responsabilità nei confronti del superiore, che è altra cosa dalla responsabilità per la conseguenza delle proprie azioni. La prima, come ha osservato il filosofo Umberto Galimberti, ri riferisce a chi dobbiamo rispondere e ci deresponsabilizza delle conseguenze delle nostre azioni in quanto esecuzione di volontà superiore insindacabile. La seconda invece ci responsabilizza perché ci fa carico delle conseguenze delle nostre azioni e, dunque, ci impone di non eseguire eventualmente volontà superiori illegittime che determinano ingiusti danni a terzi. […]
In politica come si manifesta questo dissidio fra responsabilità individuale e obbedienza gerarchica?
Nel mondo della politica il potere, come abbiamo accennato, è concentrato nelle mani di pochi oligarchi i quali, oltre a nominare i parlamentari, attribuiscono posti di comando in tutti gli snodi delle istituzioni secondo criteri di fedeltà. Obbedire senza fiatare garantisce la permanenza nel giro di quelli che contano, e brillanti carriere. La disobbedienza e la critica ti tagliano fuori. L’etica dell’obbedienza celebra i suoi fasti anche nel mondo della comunicazione. Quanto è avvenuto nella televisione di Stato è sotto gli occhi di tutti e non ha bisogno di commenti. Emblematico il caso di Enzo Biagi, un pezzo di storia del giornalismo italiano ridotto al silenzio e umiliato nell’inerzia della maggioranza dei suoi colleghi e delle stesse organizzazioni di categoria che non hanno proclamato neppure un giorno di sciopero.
E nel mondo dell’amministrazione della giustizia?
La recente riforma della magistratura varata dal centrodestra è stata mantenuta dal centrosinistra nel suo snodo cruciale: la riorganizzazione in senso gerarchico delle Procure della Repubblica, gli organi propulsivi di tutta l’amministrazione della giustizia, quelli che decidono a monte chi e cosa deve essere giudicato a valle dai giudici. Riportando indietro l’orologio della storia ai tempi della monarchia e del fascismo, tipiche società dell’obbedienza, e con buona pace di tutte le conquiste democratiche faticosamente realizzate dopo l’entrata in vigore della Costituzione, il potere è stato nuovamente concentrato nelle mani di pochissime persone: i procuratori della Repubblica e i procuratori generali. L’obbedienza ai superiori gerarchici può rendere la vita agevole per i sostituti procuratori, il dissenso può esporre invece al pericolo di sfibranti mobbing. E’ stato inoltre rivitalizzato uno strumentario che era stato già ampiamente sperimentato in epoca precostituzionale per orientare i magistrati non allineati: ispezioni ministeriali a raffica, richieste di trasferimenti urgenti per incompatibilità ambientale, avocazioni di procedimenti, provvedimenti disciplinari che entrano anche nella valutazione di merito delle decisioni sgradite.
E nel mondo del lavoro?
La diffusione di tante forme di precariato ha sortito l’effetto di realizzare un’occulta istituzionalizzazione del caporalato, che mette milioni di lavoratori nella mani dei loro datori di lavoro. Ancora una volta l’obbedienza docile e acritica diventa una garanzia e un criterio di selezione. Inoltre, per restare nel mondo del lavoro, pensiamo, a proposito di regressione civile, al revival trionfale della cultura delle corporazioni medievali che si autoriproducevano per cooptazione familistica e tribale. Il mondo universitario, avvocatesco, medico e via dicendo è un mondo di corporazioni protette affollato di interi clan parentali: figli, fratelli, nipoti, cugini, cognati che si spartiscono e tramandano cattedre e posti pubblici come si trattasse di beni di famiglia ereditari.

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giovedì 16 aprile 2009

Il terremoto ad Annozero

GUARDA LA PUNTATA

Sento il dovere morale e civile di dire la mia riguardo a tutta la bufera che si è scatenata intorno a Santoro e alla sua trasmissione e per questo ho deciso di mettere nel blog l’intera puntata di Annozero andata in onda il 9 aprile sul terremoto in Abruzzo. Io quella sera ho seguito interamente la trasmissione e gli interventi di ciascun ospite dentro e fuori studio, dal divano della mia casa nonostante la scossa di terremoto arrivata inesorabile alle 21.39 a farsi sentire persino nelle Marche, mi abbia terrorizzato per l’ennesima volta in questi giorni. Mi rendo conto però che a scuotermi di più è il torpore delle coscienze benpensanti del nostro paese, mi terrorizza ancor di più il distacco, la fragile e ambigua presa di posizione di certe figure che dicono di predicare alti valori, quando nella sostanza dei fatti non ci sono mai ad appoggiare l’operato e il pensiero di chi ha ancora il coraggio delle idee, come sempre dimostra di fare e avere Michele Santoro e tutta la sua redazione. Non ho avuto bisogno di rivedermi la puntata, perché ogni suo passaggio è ancora chiaro e nitido nella mia mente, giudicando il modo di esporre i fatti, quella sera, il migliore degli ultimi tempi. Per tale ragione non intendo affatto soffermarmi sui singoli spunti polemici venuti fuori in questi giorni, e d’altro canto ci pensano bene i nostri politici e tanta gente comune che “urla” infuriata sui blog alla disfatta vergognosa e impietosa che Santoro ha offerto del terremoto in Abruzzo. Banale dire che sono totalmente in dissenso con la polemica che si è creata. E per ragioni ben precise. In primo luogo perchè trovo che la visione che Santoro ha voluto offrire e indagare nella puntata della scorsa settimana, riveli grande profondità e induca a riflessioni serie su quanto poteva essere fatto prima, su cosa e come si poteva prevenire, pianificare e contenere una catastrofe con i suoi migliaia di sfollati. La provocazione di Santoro è stata una provocazione, a mio avviso, culturale, intellettuale, sapientemente politica e non ho mai percepito in tutta la trasmissione toni violenti e irrispettosi verso coloro che sono corsi in aiuto subito dopo l'accaduto in Abruzzo. Non era questo il punto di attenzione: non il dopo, ma il prima. Ancor di più mi offende, e mi fa sentire sempre più lontana dal comune sentire, il modo in cui alcuni noti politici “di sinistra” prendano le distanze da chi dovrebbero invece sostenere, appoggiare, di cui dovrebbero condividerne istanze e, perchè no, provocazioni. Amareggia confermare una volta di più che “Obbedire senza fiatare garantisce la permanenza nel giro di quelli che contano, e brillanti carriere. La disobbedienza e la critica ti tagliano fuori. L’etica dell’obbedienza celebra i suoi fasti anche nel mondo della comunicazione”. [Il Ritorno del Principe, Roberto Scarpinato - Saverio Lodato].
Tralascio i commenti di alcuni esponenti della maggioranza, vanno da soli, ma non posso sorvolare sulle parole del segretario del Pd Franceschini che dice "A me personalmente quella trasmissione non piace molto, ritengo ci siano troppe persone che pensano di avere la verita' in tasca sempre e comunque. Ma ritengo che anche le cose che non piacciono non debbano essere censurate dalla politica". Io personalmente ritengo che il suo incipit contenga il significato più profondo della sua posizione, mai compromettente. E ritengo, inoltre, che non prendere mai posizioni nette e decisive significhi non avere idee e, nelle peggiori delle ipotesi, coincida con l'allineamento perfetto al sistema berlusconiano, oggi tanto di moda in entrambi gli schieramenti, eccezion fatta per pochi. E dalla sinistra, francamente, ci si aspetterebbe ben altro coraggio e spessore. Almeno Arturo Parisi, col suo premabolo discutibile, ha avuto l'intelligenza di dire “il tono di Annozero è stato, come spesso, inutilmente gridato, e nell'occasione talvolta sgradevole. Ripetiamo pure il nostro sincero apprezzamento per la generosità e la efficienza dell'azione nell'emergenza dei Volontari, della Protezione Civile, e dello stesso Presidente del Consiglio. Resta tuttavia la pertinenza e il rilievo delle domande poste nel corso programma, domande che, attendono risposta nell'interesse di tutti. Non confondiamo il tono delle risposte con la pertinenza delle domande, e, comunque il diritto e il dovere della libertà di informazione". Per ciò che riguarda la decisione di sospendere Vauro dalla trasmissione, scaturita dai vertici Rai, concordo a pieno con L'Unità: Vauro “appare la vittima più facile, la vittima perfetta. Il ragionamento, al settimo piano di Viale Mazzini, è semplice: anche il Pd ha scaricato Santoro, si può procedere”. Questo è il modo dell'Italia dei potenti di dare segnali.
Concludo, con la tristezza nel cuore, riportando un pezzo di un romanzo, caso letterario del 2007 in Francia, dal titolo L'eleganza del riccio di Muriel Barbery, “il mio pensiero del giorno” che mi auguro diventi comune pensiero in difesa di un giornalista come Michele Santoro che con le sue puntate ci aiuta “a vedere al di là delle nostre certezze”:
Ecco quindi il mio pensiero del giorno: per la prima volta ho incontrato qualcuno che cerca le persone e che vede oltre. Può sembrare banale, eppure credo che sia profondo. Non vediamo mai al di là delle nostre certezze e, cosa ancora più grave, abbiamo rinunciato all'incontro, non facciamo che incontrare noi stessi in questi specchi perenni senza nemmeno riconoscerci. Se ci accorgessimo, se prendessimo coscienza del fatto che nell'altro guardiamo solo noi stessi, che siamo soli nel deserto, potremmo impazzire. Quando mia madre offre degli amaretti di Ladurée a madame de Broglie, non fa che raccontare a se stessa la storia della sua vita, sgranocchiando il proprio sapore; quando papà beve il caffè leggendo il giornale, si contempla in uno specchio tipo autosuggestione cosciente del metodo Coué; quando Colombe parla delle conferenze di Marian, blatera davanti al riflesso di se stessa, e quando le persone passano davanti alla portinaia, non vedono nulla perchè lì non si vedono riflesse. Io invece supllico il destino di darmi la possibilità di vedere al di là di me stessa e di incontrare qualcuno”.

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